LA CULTURA DEL PIAGNISTEO

Per comprendere come è nato il politicamente corretto e dove ha messo radici agli inizi, come si è propagato, quali ambiti della società influenza e quali meccanismi lo mantengono in vita e ne favoriscono la diffusione.


L'opera nasce come conseguenza di un ciclo di conferenze, durante il quale l'autore ha affrontato la correttezza politica, il multiculturalismo e la politicizzazione dell'arte.
Toccando numerosi argomenti senza avere il tempo necessario per approfondirli tutti negli spazi ristretti delle conferenze, Hughes ha sentito forte l'esigenza di completare quanto iniziato, prendendo spunto anche dalle reazioni ai suoi interventi pubblici.

Nascita e prime radici
La prima parte del libro tratta dell'alba e della diffusione del politically correct, dalla sua nascita negli USA alcuni decenni fa fino al contagio che ha colpito varie nazioni occidentali.
Dopo un fulminante inizio all'insegna dell'autodeterminazione, gli Stati Uniti hanno via via perduto quella pulsione all'esplorazione e al rischio che ha così tanto contribuito alla nascita e al consolidamento della federazione nordamericana.
Una volta impostisi come potenza egemone sul mondo occidentale, gli USA hanno visto decrescere il loro impegno per valorizzare l'eccellenza e il merito, a tutto favore di un impigrimento di valori che li ha portati a stravolgere e, in alcuni casi, a ribaltare principi fondamentali delle società tradizionali.
Chi raggiunge i propri obiettivi, chi lavora con competenza, chi vive una vita appagante come conseguenza della propria operosità ha dovuto cedere il posto alla vittima di professione, che padroneggia con sicurezza quella forma di potere psicologico che si basa sul ricatto emotivo "Tu sei felice mentre io soffro: non ti vergogni?".



Così la precisione, la costanza, l'impegno, la correttezza e la professionalità, proprio perché funzionali a quel successo negato alla vittima, sono finiti per essere sbeffeggiati o, nella migliore delle ipotesi, accolti con sorrisetti di commiserazione.
Le vittime di professione, poi, reclamano a gran voce diritti su diritti - preferibilmente su misura, meglio se addirittura di fattura sartoriale - finendo non solo per mandare nel dimenticatoio i doveri cui ogni componente di una società civile dovrebbe attenersi e che sono alla base del suo funzionamento ma anche distraendo energie e risorse per battaglie che distolgono l'attenzione dall'adozione di misure - quelle davvero necessarie - per il benessere di tutti.
A questo va aggiunta la scollatura fra le varie classi sociali e la politica e i media. Buona parte della classe politica e dei media, infatti, non recepisce (non vuole recepire?) correttamente i segnali di disagio provenienti dalle varie fasce della popolazione: le proteste contro l'aumento delle tasse vengono viste come fastidiosi intralci reazionari e non come una risposta alle conseguenti crescenti difficoltà di mantenere standard di vita dignitosi; le rivolte contro il diffondersi della criminalità sono considerate forme di razzismo mentre invece esprimono timori autentici per il degradarsi della sicurezza; lo scetticismo verso certi dispositivi assistenziali proviene non da pregiudizi sociali ma dal desiderio che almeno le regole basilari del mondo del lavoro siano rispettate e applicate in modo equo; chi protegge i valori della famiglia tradizionale non è per forza un ottuso bigotto ma difende un modello sociale che ha sostenuto e sostiene in modo efficace lo sviluppo di molte nazioni.
Il brodo di coltura del politically correct contiene anche molta pigrizia: è più semplice inventare nuove denominazioni per indicare gli handicappati, adducendo a scusa la sensibilità nei confronti del loro amor proprio, che impegnarsi a varare misure per il sostegno concreto a loro e alle famiglie di provenienza; è meno costoso lanciare campagne mediatiche di sensibilizzazione contro ogni forma di esclusione sociale che riflettere sulle cause che producono la microcriminalità che assedia ogni centro abitato per poi agire in modo incisivo.


Il multiculturalismo incoraggia i separatismi
L'autore, nella seconda parte della sua opera, sostiene che confrontarsi razionalmente con altre culture è un modo per arricchirsi interiormente per poi affrontare le diversità del mondo con strumenti sviluppati in proprio. Spesso è proprio al confine fra culture differenti che accadono le cose più interessanti e che ricordiamo più a lungo. Un multiculturalismo ben gestito è fonte di prosperità perché aiuta non solo a comprendere le esigenze di tutti per giungere a soluzioni a sostegno del bene comune di una nazione ma è anche un requisito fondamentale per affrontare i mercati globali.
Hughes osserva come il politically correct abbia ribaltato il concetto di convivenza e interscambio di culture differenti ponendo un'attenzione ossessiva nei confronti delle minoranze - viste, ovviamente, come vittime - e asserendo che soltanto a loro è dato il diritto di scrivere circa le loro disavventure e persecuzioni, quando, invece, anche punti di vista esterni sarebbero altrettanto validi se non migliori.
L'accettazione (o imposizione?) incondizionata di qualsiasi aspetto di una diversa cultura pone le culture a confronto in un frullatore al massimo dei giri, da cui può uscire di tutto e che, proprio come un frullatore riempito all'inverosimile senza criterio, può scagliare in mille direzioni diverse il suo contenuto, decretando la separazione definitiva in tante piccole roccaforti, chiuse al contatto con l'esterno, che per lungo tempo non avranno alcuna intenzione di ripetere la traumatica esperienza.

L'egemonia nell'arte
Nella terza e ultima parte, Hughes affronta la penetrazione del politicamente corretto nell'arte contemporanea, settore che ben conosce, in qualità di critico noto e affermato.
A fronte di un solido patrimonio culturale e artistico, il mondo sembra al momento perorare l'arte delle vittime, esaltandone le doti di semplicità quando sono invece palesemente segni di una colpevole ignoranza delle più ovvie tecniche di base, magnificandone le capacità introspettive quando producono opere incomprensibili, ponendole su un piedistallo quando paiono essere la sintesi perfetta di improbabili minoranze e diversità.
Il discorso intavolato dal politicamente corretto ha quindi raggiunto anche l'arte, in ogni sua forma, con conseguenze evidenti: il rock americano ha perduto la sua energia a spese di cantanti che ripetono ossessivamente lo stesso ritornello; i film epici hanno lasciato il posto a pellicole dove in modo più o meno sottile si strizza l'occhio ora al femminismo, ora alle frange LGBT, ora a minoranze create a tavolino; nuovi pittori e scultori si affacciano sulla scena artistica apportando contributi minimi, reagendo in modo isterico e accusando i critici di razzismo quando si muovono loro anche solo semplici osservazioni circa le tecniche utilizzate.

In conclusione
Il libro di Hughes è una carrellata di ciò che il politicamente corretto è stato ed è.
Sarebbe riduttivo riassumere in pochi paragrafi le sue acute osservazioni, i suoi sfoghi e le sue ragioni, di cui qui sono stati dati soltanto pochi accenni.
La lettura è consigliata a chi voglia iniziare a farsi un'idea sul fenomeno.